
Giovane disoccupato che vive nella disperazione della sopravvivenza giornaliera.
Come hanno già illustrato i miei colleghi il tasso di occupazione è il numero dei lavoratori più il numero dei disoccupati fratto il numero delle persone in età lavorativa in un dato paese in un dato momento.
Nonostante il fatto che dal 1997 ad oggi in Italia siano stati creati oltre due milioni di posti di lavoro questo tasso confrontato a quello degli altri paesi, soprattutto quelli anglosassoni è molto basso. Per dare una cifra che rende l'idea basti pensare che il Regno Unito, che ha grosso modo la popolazione dell'Italia, ha un numero di lavoratori pari più o meno 28.500.000 contro un numero di lavoratori italiani pari a 22.500.000, una differenza netta è di 6.000.000 di unità. Una cifra stratosferica.
Molte sono le spiegazioni che gli studiosi hanno dato per questo fenomeno, dal fatto che nei paesi stranieri la percentuale di lavoro nero è più bassa al fatto che comunque la produttività oraria dei lavoratori italiani è più alta.
Io in questo intervento vorrei soffermarmi su altre spiegazioni possibili che sono meno conosciute. Voglio sostenere la tesi che il tasso di occupazione italiano è più basso di quello degli altri paesi anche perché In Italia il settore della economia informale è più esteso e fornisce in forma gratuita beni che nei paesi avanzati sono offerti da lavoratori ed imprese in regime di mercato, e perché il numero degli impiegati pubblici in Italia è più basso rispetto a quello degli altri paesi.
In Italia il tasso degli impiegati pubblici, cioè quelle persone che sono entrate tramite concorso nella pubblica amministrazione ed hanno un contratto di assunzione a termine o a tempo indeterminato sono il 16% sul totale dei lavoratori. In America e in Gran Bretagna sono il 20 % sul totale dei lavoratori.
Negli altri paesi, inoltre, rispetto all' Italia è molto più sviluppato il settore nonprofit.
Per settore non profit, in estrema sintesi, si intendono tutte quelle aziende private che forniscono beni di pubblica utilità.
In Italia ricordiamo le cooperative sociali di tipo A. In base ai dati pubblicati su senza scopo di lucro, Barbetta 1996 che fanno riferimento ad una ricerca transnazionale effettuate dalla John Hopkins university in Italia in tale settore lavorano circa 416000 lavoratori pari all'1,8% del totale degli occupati. Negli USA tale percentuale sale al 6,8% in Francia al 4,2%, in Gran Bretagna al 4 %, In Germania il 3,7%.
Tutte le ricerche che sono state fatte dopo di questa, In Italia come negli altri paesi, confermano questi dati.
Ad ulteriore conferma dell' ipotesi oggetto di questo intervento volevo citare l'articolo di Robert Reich, economista e ministro del lavoro del governo Clinton, pubblicato su affari e finanza del 28 novembre 2005. Robert Reich, facendo riferimento a dei lavori che sta conducendo ultimamente, rivela che i lavoratori, a livello mondiale, si dividono in tre gruppi: Lavoratori sociali, lavoratori creativi ed operai.
I primi sono quei lavoratori che erogano servizi alla persona, lavorano nel pubblico o nel settore non profit.
I secondi sono lavoratori con alta formazione e , a loro volta, sono costituiti da due sottogruppi , quelli che lavorano in ambito nazionale e sono protetti dagli ordini professionali e quelli che hanno dimestichezza con la dimensione globale della economia.
Su gli operai penso non si debbano dare spiegazioni. Ebbene in tutto il mondo sono in crescita come numero e come percentuale i lavoratori sociali e di lavoratori creativi globali, sono in calo gli operai e sono di dubbio futuro i creativi nazionali.
Queste tendenze sono riscontrabili anche in Cina.
Ai fini di questo intervento possiamo soffermarci solo sui dati relativi ad i lavoratori sociali.
In pratica la società sta cambiando, i beni che prima venivano prodotti dalla famiglia ora vengono prodotti dal settore non profit o dallo stato.
Se ritorniamo ai dati citati all'inizio, osserviamo che se al tasso di occupazione italiano aggiungessimo quel tre per cento che manca al non profit e quel quattro percento che manca al settore pubblico avremmo un risultato del tutto in linea con quello degli altri paesi avanzati.
Perché in Italia il settore non profit non è sviluppato come negli altri paesi?
Perché la famiglia è ancora forte e fornisce beni quali quelli della cura agli anziani e della cura ai bambini che all' estero sono forniti dalle non profit e dallo Stato.
Accanto a questa spiegazione che può essere letta da alcuni in chiave positiva (la famiglia forte è considerata un valore) il terzo settore è sottorappresentato anche perché il regime fiscale non lo agevola come negli altri paesi.
A questo problema si è voluto ovviare dando la possibilità di dedurre dal reddito imponibile le donazioni ad enti non profit sulla falsariga di quello che avviene nei paesi britannici.
Ci sono comunque dei servizi che la famiglia non è in grado di erogare e che non vengono erogati nemmeno dallo Stato.
In pratica alcune fasce di popolazione svantaggiata non sono coperte dallo stato sociale perché lo stato non destina loro adeguate risorse.
Questo è dovuto all'enorme peso della retribuzione del debito pubblico che abbiamo in Italia.
Noi abbiamo un debito pubblico quasi doppio rispetto alla maggioranza degli altri paesi ma una tassazione in percentuale sul pil simile.
Significa che quello che spendiamo per pagare le cedole dei bot e dei cct viene sviato dalla istituzione dei nuovi servizi.
In conclusione:
La forza della famiglia riduce il bisogno di lavoro sociale e riduce il tasso di occupazione (perché quelli che fanno assistenza in famigli a titolo volontario non vengono calcolati come occupati) ed in un colpo solo spiega i differenziali (logicamente in parte) tra il tasso di occupazione di paesi come l' Italia e la Spagna e quelli nordici e tra il tasso di occupazione tra l' Italia del nord e l'Italia del sud (la maggior parte del non profit è localizzato nel settentrione).
La carenza di servizi pubblici alla persona dovuta al fatto che in Italia dobbiamo pagare circa il 2 % del PIL in più di interessi sul debito pubblico rispetto agli altri paesi contribuisce al fatto che vi siano meno lavoratori sociali quindi un tasso di occupazione minore rispetto ad altri paesi.
Volevo inserirmi sul dibattito acceso su quanto è successo in Francia e sulla conclusione tratta dal mio collega sulla necessità di ridurre le garanzie per i parassiti della prima repubblica in favore dei giovani.
Volevo ricordare anzitutto che nel manifesto gli autori propongono un mix di interventi sia sul lato della domanda che sul lato della offerta.
E dicono a chiare lettere che, per essere efficaci le loro proposte devono essere accolte in toto, accogliere solo le proposte sul lato della offerta non servirebbe a nulla.
Circa le proposte sul lato della domanda conto di rispondere in seguito.
Volevo soffermarmi su quanto è successo in Italia negli ultimi anni.
Sull'articolo di Tito Boeri e Garibaldi del 9 gennaio 2006 la crescita occupazionale registratasi in Italia ammonta a 2.000.000 di unità.
Visto che sul lato della domanda non si è fatto nulla, visto che di conseguenza il PIL è stagnato e si è cresciuti pochissimo il risultato è straordinario.
Gli stessi autori però rivelano che, pur non essendoci ancora statistiche attendibili in proposito, almeno la metà dei nuovi posti è precario.
Il problema è che i precari sono quasi tutti giovani!!!!
Affermare come si fa da più parti che non c'è stata la tanto temuta precarizzazione del lavoro perché esso non supera il 9% del totale è quello che in termini tecnici si definisce 'cazzata colossale'.
I nuovi posti sono tutti precari, man mano che la generazione del baby boom andrà in pensione questa verrà sostituita dai precari che si sta per assumere in questo periodo e il posto fisso scomparirà.
In pratica sta succedendo che, grazie alla convenienze dei nuovi contratti le imprese e lo Stato stanno assumendo molti giovani con forme precarie.
Questi si aggiungono ai lavoratori a tempo indeterminato che sono gia nelle aziende e nella pubblica amministrazione.
Questo nell' immediato fa lievitare i tassi di occupazione.
Man mano però che i baby boomers andranno in pensione il tasso di occupazione tornerà al punto di partenza ed avremo, in termini assoluti una stragrande maggioranza di lavoratori precari sul totale degli occupati.
Questa tendenza è già in atto, i dati della banca di Italia hanno infatti rivelato l'arresto della crescita del tasso di occupazione.
Se, ceteris paribus, abolissimo l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, assisteremo ad una accelerazione del fenomeno che ho testè enunciato e assisteremmo all'uscita anticipata dei baby boomers ed all'ingresso, in numero inferiore, dei giovani 'precarizzati'.
Contribuisce a mantenere alto il tasso di occupazione generale la riforma della pensioni.
Andare in pensione più tardi garantisce che continuino a lavorare persone che se andassero in pensione non verrebbero sostituite.
Senza interventi sul lato della domanda non si va da nessuna parte!!!
Nello stesso articolo, per ridurre la precarizzazione si propongono tre interventi:
- Ridurre la complessità del mercato del lavoro dovuta alla proliferazione delle forme contrattuali che ha fatto seguito alla approvazione della legge Biagi.Questo intervento mi trova d' accordo. Da una parte ridurrebbe i costi di consulenza del lavoro per le imprese. Questo costo non è da sottovalutare. Un cedolino paga costa ad una azienda 100 euro, una consulenza più approfondita molto di più. Questi costi riducono la appetibilità di alcune forme come il part time, all'imprenditore assumere una persona piuttosto che due conviene perché risparmia 100 euro al mese di spesa per il cedolino. Alcune delle nuove forme inoltre sono ai limiti dello schiavismo (vedi il lavoro a chiamata) e, soprattutto poco utilizzate, per cui se ne potrebbe fare volentieri a meno.
- Garantire un minimo salariale.
Questo provvedimento, a mio avviso sacrosanto, però è criticato perché è ritenuto responsabile di una contrazione della domanda di lavoratori poco qualificati. In Italia però non si corre questo pericolo, quelli che incontrano maggiore difficoltà sono i laureati, prevedere un minimo salariale potrebbe spingere gli imprenditore ad occupare meglio i loro laureati e ad aumentare la produttività delle proprie aziende.
- Favorire il passaggio verso contratti a tempo indeterminato. Per raggiungere questo obiettivo gli autori suggeriscono di aumentare il periodo di prova presente nei contratti a t.i. a tre anni. E' un provvedimento simile a quello preso in Francia e oggetto dell'intervento del mio collega D'AMATO.
Cosa potrebbe produrre un tale intervento in Italia?
Spiazzerebbe completamente le agenzie di lavoro interinale, porterebbe gli imprenditori ad assumere solo con questo contratto riducendo nei fatti la complessità.
Manterrebbe comunque le garanzie dell' art.18. Se il provvedimento fosse accompagnato con la restrizione della erogazione dei co.co.pro potrebbe, a parer mio, essere vantaggioso.