L’apparente paradosso cinese

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Pochi giorni fa all’incontro di Davos del World Economic Forum, il Presidente cinese Xi Jinping ha difeso a spada tratta la globalizzazione e il libero mercato. Contemporaneamente, Donald Trump, il nuovo presidente USA, preannunciava l’applicazione di dazi e di altre misure protezionistiche nei riguardi delle importazioni di merci e il varo di provvedimenti per riportare negli USA le aziende americane delocalizzate all’Estero.

Stiamo assistendo ad una inversione delle posizioni: la Cina “comunista” difende a spada tratta la globalizzazione capitalista e gli USA, inventori della globalizzazione, del libero mercato e della finanza selvaggia, fanno una clamorosa marcia indietro e tendono a rinchiudersi nei loro confini nazionali. Ma il paradosso è solo apparente, in quanto la globalizzazione è sfuggita di mano agli apprendisti stregoni che l’hanno inventata e gli si è rivoltata contro. Infatti, la delocalizzazione spinta dalle aziende americane, insieme alla finanza fuori controllo e ai clamorosi errori in politica estera, hanno prodotto disoccupazione, gravi rischi di guerra e pesante degrado sociale negli Stati Uniti e in tutto l’Occidente. Dall’altra parte l’economia cinese si basa soprattutto sull’esportazione delle proprie merci in USA e in tutto l’Occidente e quindi la restaurazione di un sistema di dazi internazionali danneggerebbe gravemente l’economia cinese.

Le sorprendenti dichiarazioni di Xi Jinping di questi ultimi giorni a Davos ci forniscono una importante chiave di lettura per comprendere i prossimi grandi cambiamenti nel quadro dei rapporti internazionali. Questa chiave di lettura è il commercio internazionale, cioè l’andamento delle importazioni ed esportazioni di ogni paese. La bilancia commerciale di ogni singolo Stato ci aiuta a capire e anche a prevedere le decisioni fondamentali di ogni singolo Governo nazionale.

FT

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