I dati Istat mostrano un Paese a pezzi: è ora di cambiare

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di MoVimento 5 Stelle

Nel rapporto 2017 dell’Istat è scolpito nero su bianco il fallimento di un’intera classe politica. L’Italia, soprattutto negli ultimissimi anni in cui Monti, Letta e Renzi hanno governato a suon di austerità, si è trasformata in un Paese diseguale, impoverito e senza più mobilità sociale.

Emergono infatti tre dati su tutti: 

  • la spesa mensile delle famiglie ricche è più che doppia rispetto a quella delle famiglie a più basso reddito (3.810 euro contro 1.697)

2) 1,6 milioni di famiglie sono in povertà assoluta (6,1% del totale) mentre 3,5 milioni non hanno redditi da lavoro o da pensione lavorativa (13,9% del totale)
3) dal 2008 al 2017 abbiamo perso 1,1 milioni di giovani (18-34 anni) mentre abbiamo 2,2 milioni di giovani che non lavorano, non studiano e non si formano nel 2016 e il 68,1% che vive con i genitori (8,6 milioni di persone)

Diseguaglianza, povertà, invecchiamento.

Le conseguenze, ancor prima che economiche, sono politiche: solo l’8,1% della popolazione dai 14 anni in su segue la politica attiva attraverso forme di militanza e partecipazione. Viene da chiedersi come saremmo messi senza la ventata di aria fresca che ha portato il MoVimento 5 Stelle.

La politica, poi, è sempre più affare per ricchi. Se è vero infatti quanto dice l’Istat, cioè che le classi sociali tradizionali sono state disarticolate e la popolazione si è dispersa in numerose classi di reddito, è facile concludere che chi è più ricco rimane al vertice della società mentre tutti gli altri si limitano a sopravvivere perché non hanno più alcun potere di entrare nelle istituzioni o di condizionare le decisioni politiche. Siamo di fronte ad una società sempre meno politicizzata, dove i corpi intermedi stanno sparendo insieme alla classe media e a quella operaia. Non che non ci siano più operai o impiegati, anzi, ma si tratta di individui isolati e privi di potere contrattuale. Cittadini che hanno bisogno urgente di una rappresentanza politica forte.

C’è poi il problema fondamentale in una prospettiva di lungo periodo: le nascite sono al palo (minimo storico nel 2016 con 474 mila), il saldo totale nati-morti è in deficit di 134 mila persone (secondo record di sempre) e gli ultra 65enni (13,5 milioni) sono ormai il 22% della popolazione totale, la percentuale più alta d’Europa.

Se non fosse per il contributo degli stranieri, che fanno figli ad un ritmo molto più alto degli italiani, il saldo sarebbe ancora peggiore. Ma va detto che questi stessi stranieri compongono la fascia più povera e quindi più ricattabile della popolazione, perché disposti ad accettare salari inferiori e ritmi di lavoro disumani pur di lavorare. L’immigrazione incontrollata non serve quindi solo a compensare le minori nascite degli italiani, ma anche a instaurare un regime di concorrenza tra poveri nel mondo del lavoro. Se ne avvantaggia solo la classe dirigente economica, che diminuisce i costi e aumenta i profitti.

Questo rapporto Istat è importante perché ci consente di individuare chi ha perso e chi ha vinto nell’Italia degli anni 2000. Il disastro sociale che abbiamo appena visto deriva infatti da scelte di politica economica molto precise. Attraverso il -7% di Pil accumulato dal 2008 al 2017, il -6,2% di produttività e -7,1% del Pil pro capite tra 2000 e 2014 la maggioranza degli italiani ha subìto una enorme redistribuzione dei redditi e della ricchezza a favore di una sola classe, sempre più ricca e meno numerosa. L’unica che oggi abbia ancora coesione e identità.

Hanno vinto loro, attraverso i Monti e i Renzi travestiti da cambiamento, ma non può durare per sempre. E’ ora di cambiare.

 

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